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Le telecomunicazioni con mezzi ottici

Nel Museo delle Comunicazioni, all'interno dell'ampio settore dedicato allo sviluppo della telegrafia dai tempi antichi ai nostri giorni, una sezione è dedicata ai primi apparati e telegrafi ottici, che hanno probabilmente rappresentato i primi mezzi di comunicazione a distanza. 

Da quelli ad acqua, usati dai Cartaginesi fin dal IV secolo a.C., alle segnalazioni per mezzo di fumo dalla sommità di torri elevate, impiegate dai Romani, alle bandierine colorate, adottate nell'antica Grecia e rimaste sostanzialmente in uso fino ad oggi nel campo delle segnalazioni marittime, si è realizzato un sistema prezioso per far viaggiare in tempi rapidi ordini, avvisi di pericolo, notizie e richieste di aiuto.

Con il telegrafo ottico realizzato nel 1792 da Claude Chappe (1763-1805), giovane fisico dotato di grande spirito innovatore, si entra nella fase moderna della telegrafia ottica.

Il dispositivo consisteva in un complesso meccanismo che faceva ruotare tre grandi regoli di legno, articolati tra loro, di cui quello centrale, detto regolatore, era più lungo e girava sulla sommità di un albero verticale fisso e si collegava a due bracci mobili o semafori, per la trasmissione di messaggi. Questi venivano ricevuti da un osservatore munito di telescopio, che operava a qualche chilometro di distanza, per essere ritrasmessi ad un'altra “Stazione Chappe”. I bracci trasversali del congegno potevano assumere 192 posture diverse, corrispondenti a lettere, parole, o persino intere frasi.
Grazie alla rapidità con cui potevano inoltrare le informazioni militari, i semafori di Chappe, disposti in stazioni successive, aiutarono la Repubblica Francese a respingere gli eserciti della Coalizione che intendevano ristabilire l'ordine in Francia.
La prima linea telegrafica, completata nel 1794, consisteva in 15 di queste stazioni lungo la direttrice Parigi-Lilla, per complessivi 230 chilometri; fu inaugurata il 1° settembre 1794, con la trasmissione della notizia dell'occupazione della città di Condè da parte delle truppe repubblicane.
Sotto l'impero napoleonico il sistema Chappe fu esteso a tutta la Francia e rimase in funzione fino al 1852; la sua rete copriva ben 4839 chilometri, con 556 stazioni, e fu imitato in tutta Europa
Si tratta, nella sua genialità, di uno dei precursori meglio riusciti del telegrafo elettrico, un primo, importantissimo passo, per rendere il mondo molto più piccolo, per meglio affrontare e gestire le distanze, i pericoli e le insidie della natura. Trovo che le comunicazioni ottiche a distanza abbiano un fascino molto particolare, una suggestione che da' loro, a seconda dei contesti e delle sensibilità soggettive, un profondo significato simbolico che può far emergere emozioni e ricordi.
I semafori di Chappe, ad esempio, mi hanno evocato i fari, che, fin dal III secolo a. C., hanno rappresentato un punto di riferimento, la possibilità di un approdo o addirittura la salvezza per i naviganti, ma sono stati investiti anche, per tutti, di un significato psicologico di guida e di speranza. Penso al faro di Alessandria d'Egitto, costruito nel 279 a.C., una delle sette meraviglie del mondo, alto 120 metri, splendida costruzione in marmo bianco arricchita da colonnati ed innumerevoli preziose sculture e decori. Di quest'opera imponente, testimone del fiorire e della decadenza di grandi civiltà e culture, definitivamente distrutta nel XIV° secolo, non rimangono resti sicuri, ma solo riproduzioni in rilievo, mosaici, monete, oltre, naturalmente alla tradizione scritta. Penso alla Statua della Libertà, nella baia di New York, in forma di gigantesca figura femminile che stringe una immensa torcia nella mano destra, simbolo della libertà che illumina il mondo, e, per tantissimi migranti, anche nostri connazionali, in fuga dalla miseria e dalla disperazione, simbolo del sogno in un futuro migliore per sé e per i propri figli, magari con qualche speranza di fortuna e di successo.
Il progresso della tecnica ha portato alla costruzione di fari alti e robusti, dislocati lungo le coste in punti inaccessibili, con una portata luminosa dalle 25 alle 40 miglia. Per distinguerli, ciascuno ha una speciale caratteristica luminosa, cioè una diversa sequenza e durata delle luci e, qualche volta, una speciale colorazione (rossa o verde). L'organizzazione dei fari per la navigazione è fatta in modo che, in condizioni medie di visibilità atmosferica, nessun tratto della costa resti fuori dalla portata del faro.
Anche i fari, come l'apparecchio di Chappe, hanno quindi un loro linguaggio, un loro modo di comunicare, che ha stimolato anche la fantasia di molti scrittori.

Ricordo, tra i tanti, il capolavoro di Virginia Woolf, “Gita al faro”, in cui l'autrice fa rivivere nella protagonista la figura di sua madre, perduta all'età di 13 anni e per tutta la vita suo unico punto di riferimento. Dall'isola di St. Yves, in Cornovaglia, dalla grande villa dove la numerosa famiglia e molti ospiti trascorrono le vacanze, si osserva in lontananza il raggio ora breve ed ora lungo del faro che fende l'oscurità della notte. La gita al faro, di cui si parla all'inizio del romanzo, si realizzerà soltanto dieci anni dopo. La madre, protagonista e presenza costante, è morta; la tragedia della guerra ha spazzato via altre vite, gli effetti deleteri sembrano tangibili ovunque nella casa, ma il faro è sempre lì, presenza e riferimento costante come la madre che ora non c'è più. La gita al faro di James, il fratello più piccolo e della sorella Cam con il padre ha finalmente luogo.

James ripensa alla gita mancata di dieci anni prima: “Pioverà, non potrai andare al faro” aveva detto suo padre. “Il faro era a quel tempo una torre argentea, avvolta nella foschia, che la sera apriva – all'improvviso e con dolcezza – quel suo occhio giallo. Adesso....James guardò il faro. Vedeva già gli scogli imbiancati, la torre nuda e diritta; ne vedeva le strisce bianche e nere, le finestre; era dunque quello il faro? No, anche l'altro era il faro. Non c'era nulla che fosse una cosa soltanto. Anche l'altro era il faro. A volte si faticava a vederlo attraverso la baia. La sera, alzando lo sguardo, si vedeva l'occhio aprirsi e chiudersi, e la luce pareva raggiungerli nel giardino.....”.

 

In “Requiem”, originalissimo romanzo onirico di Antonio Tabucchi, ambientato in Portogallo, il protagonista, in una dimensione a metà tra coscienza e incoscienza, tra realtà e sogno, rivisita luoghi ed incontra fantasmi del passato, rivive tappe fondamentali della vita per cercare di sciogliere una serie di nodi irrisolti. Nel 6° capitolo ritorna in una casa, ormai diroccata, nei pressi di Cascais, in cui ha vissuto per un anno tanto tempo prima. Vuole rivedere la stanza degli ospiti, anche se il tetto non c'è più ed il pavimento è pericolante. “Aprì la porta ed io gettai uno sguardo. Nella stanza non c'era niente, ed il tetto era completamente sparito. Attraverso la finestra si vedeva il Faro. Mio marito è lassù, disse la Moglie del Guardiano del Faro......Sa che ci facevo io con questo faro una volta? Dissi, senta, ora glielo dico, facevo un gioco, di tanto in tanto, quando non riuscivo a dormire, venivo in questa stanza, e mi mettevo alla finestra, il Faro ha tre luci intermittenti, una bianca, una verde e una rossa, io giocavo con le luci, avevo inventato un alfabeto luminoso e parlavo attraverso il Faro. E con chi parlava? Chiese la Moglie del Guardiano del Faro. Beh, dissi, parlavo con certe presenze che non si vedevano, allora stavo scrivendo una storia, diciamo che parlavo con i fantasmi. Oh, mio Dio....il signore ha il coraggio di parlare con i fantasmi? Non avrei mai dovuto farlo, dissi io, non consiglierei a nessuno di parlare con i fantasmi, è una cosa che non si deve fare, ma a volte bisogna, non so spiegarlo bene, è anche per questo che sono qui.”

 

La visita al Museo delle Comunicazioni provoca anche questo, risveglia ricordi, scatena una serie di associazioni e divagazioni che la mente, abitualmente concentrata sulle contingenze di ogni giorno, tende a rimuovere.

Ma qui l'atmosfera è magica, e si può contare sulla complicità di giganti della scienza, della letteratura, del pensiero e delle arti per decodificare ed assaporare sensazioni ed emozioni.

A loro tutta la nostra gratitudine.

                                                                                                                                                                                     (Donatella Manchisi)

 

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