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La Telegrafia elettrica

Nel vasto settore del Museo delle Comunicazioni dedicato alla telegrafia, dopo la sezione della telegrafia ottica,una scultura raffigurante Alessandro Volta ed una statua di Luigi Galvani introducono alla sezione dedicata alla telegrafia elettrica.
Qui sono esposti i primi apparati telegrafici in uso presso le Amministrazioni postali degli Antichi Stati Italiani; seguono i primi apparati “Morse” come quello inaugurato dal Pontefice Pio IX nell'anno 1853 sulla linea Roma-Terracina.


Si incontrano via via apparati telegrafici sempre più evoluti e perfezionati, dall'apparato “Hughes”, realizzato nel 1855, con la tastiera simile a quella di un pianoforte ed i tasti contrassegnati da lettere dell'alfabeto, in grado di trasmettere fino a millecinquecento parole all'ora, ad una serie di apparati telegrafici in uso presso il Telegrafo Centrale di Roma “S. Silvestro”, al pantelegrafo “Caselli”, inventato nel 1825 dall'abate Giovanni Caselli, ingegnosissimo apparato di trasmissione che, assicurando una perfetta isocronia di movimenti tra impianto trasmettitore e ricevente, può essere considerato un vero sistema di trasmissione di fac-simili ante litteram, in grado di inviare, anche a notevole distanza, scritti, immagini, disegni, piante topografiche e carte musicali.

 

Esiste, in questo settore, un vero e proprio posto dimostrativo “Morse”, dove sono esposti due apparati, trasmittente e ricevente, collegati tra loro e funzionanti. Alla visita al Museo delle Comunicazioni con i miei ex compagni di liceo hanno partecipato anche Luca e Simone, due splendidi ragazzi di 10 e 12 anni, figli di uno di noi, che hanno voluto cimentarsi con l'apparato “Morse” esposto e, con la guida degli accompagnatori, sono riusciti, senza difficoltà, a lanciare un S.O.S.. Penso che il ricordo di questa visita si stratificherà, con infiniti altri, nel loro bagaglio di conoscenze ed esperienze, e contribuirà ad accendere in loro curiosità e desiderio di approfondimento; spero anche che a tanti ragazzi della loro età venga offerta, dalla scuola e dalle famiglie, la stessa opportunità.

Il dispositivo, di cui parliamo, semplice e brillante al tempo stesso, fu inventato dal pittore ritrattista americano Samuel F.B. Morse, e stabilì il principio di tutte le successive macchine per comunicazione elettromagnetica: la trasformazione dell'informazione in impulsi elettrici (battiti brevi ed intermittenti), e la sua trasmissione sotto forma di segnali elettrici. E' quanto sarebbe avvenuto in futuro per il telefono, la radio, la televisione e così via, e quanto, analogamente, avviene da sempre per i nostri sensi, che colgono l'informazione dall'ambiente circostante, traducono gli stimoli in segnali nervosi ed in un lampo li inviano al cervello.


Il telegrafo “Morse” è costituito da una fonte di energia elettrica, da un tasto trasmittente, da un ricevitore sotto forma di risonatore elettromagnetico, e da un filo conduttore che collega il tutto. Una pressione esercitata sul tasto aziona l'elettrocalamita del risonatore; il magnete, a sua volta, trasmette al risonatore uno scatto perfettamente udibile. A completamento, Morse escogitò quel codice che prese il suo nome e che è composto da punti e da linee. Basta un leggerissimo tocco al tasto per inviare un punto, una pressione più forte produce la linea. Ciascuna lettera, ciascuna cifra, hanno la loro traduzione in codice: la lettera A, per esempio, è un segnale punto-linea.


Questo sistema di telegrafia, che risale al 1837, entrò in funzione per la prima volta nel 1844: dopo un lungo dibattito al Congresso americano, il Governo decise di finanziare la costruzione di una linea telegrafica di 60 chilometri tra Baltimora e Washington. Utilizzando come isolanti una serie di tondini di vetro, Morse tese il filo lungo una serie di pali che fiancheggiavano la ferrovia.


Il primo messaggio fu inviato in linea il 1° maggio 1844: avendo appreso che a Baltimora i Whigs avevano appena nominato candidati alla vice presidenza ed alla presidenza degli Stati Uniti Theodore Frelighuisen ed Henry Clay, un assistente di Morse sedette al telegrafo e trasmise: “Nominati Clay e Frelinghuisen”. Queste parole, la prima notizia lampo della storia, batterono in velocità il treno dei delegati che tornavano a Washington dalla Convenzione di Baltimora, anticipandone l'arrivo di un'ora e 4 minuti.


Attorno alla metà del secolo il telegrafo si andava diffondendo in tutti i Paesi civili; nel 1852 l'Inghilterra aveva già una rete di 6400 chilometri; nel 1851 il primo cavo telegrafico sottomarino collegava la Francia con l'Inghilterra: Nel 1866, infine, la nave americana “Great Eastern” riuscì a deporre il primo cavo transoceanico permanente tra la Cornovaglia e la Trinity Bay di Terranova. Fu un'impresa colossale: le notizie, che solo il giorno prima impiegavano dodici giorni a traversare l'oceano a bordo dei vapori, potevano ora giungere da New York a Londra in pochi minuti.
Il ticchettio instancabile degli apparecchi “Morse”, che continuava a diffondersi nelle stazioni ferroviarie e negli uffici postali indusse presto a pensare che fosse possibile trasmettere a distanza, su filo, con il medesimo sistema, non soltanto il codice “Morse” ma anche la voce umana.

 

Iniziò così l'era della telefonia, con i primi modelli ideati da un italiano, Antonio Meucci (che solo in epoca recente ne ha avuto pieno riconoscimento), brevettati nel 1871 e ricostruiti ad opera di personale del Museo nel 1958.


Ma perché doveva esserci per forza quel filo? Stendere i fili costa, e il maltempo li mette in continuo pericolo. L'elettricità, questa forza magica, non sarebbe stata in grado di consentire la realizzazione di un dispositivo per l'invio di messaggi attraverso l'aria, senza fili? La cosiddetta “Scoperta del secolo”, ovvero la nascita della telegrafia senza fili, la dobbiamo ad un altro italiano, Guglielmo Marconi che, geniale ventenne, compì il primo esperimento nella sua abituale residenza di Villa Griffone a Pontecchio, vicino a Bologna, nel 1895.
Penso che la telegrafia ottica, la telegrafia elettrica, la telefonia, la telegrafia senza fili e tutto ciò che ha seguito siano altrettanti passi di una marcia trionfale sulla via dell'evoluzione della ricerca, delle conquiste della scienza, indici dell'inarrestabile sete di conoscenza e del bisogno di andare oltre della mente umana.


Nel corso della visita al Museo incontriamo le testimonianze di scoperte ed invenzioni epocali, così come di contributi marginali, ma anch'essi importanti. 
Quando visito un Museo che, come questo, conservi e documenti la storia dell'evolversi della scienza e, più in generale, del sapere e delle opere umane, mi torna in mente una frase del protagonista del celebre romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. E' l'ultima settimana di novembre dell'anno 1327; padre Guglielmo da Baskerville, in visita presso un'abbazia del nord Italia, a qualcuno che ha affermato “....non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l'epoca dei giganti”, replica: “Siamo nani, ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull'orizzonte”. 

 

Come oggi ben sappiamo, dall'epoca in cui il romanzo è ambientato, molti giganti e molti nani si sono avvicendati e dovranno ancora avvicendarsi; anche se non sempre sarà facile distinguere nettamente e definitivamente gli uni dagli altri; ogni contributo ha potuto e potrà essere comunque utile ad allargare l'orizzonte delle conoscenze.

 

A proposito di giganti e di conoscenza, vorrei concludere con una citazione del grande Bertrand Russell:
Mi sembra giusto continuare a credere che la conoscenza scientifica sia una delle glorie dell'uomo. Non voglio sostenere che la conoscenza non sia mai nociva. Queste affermazioni generiche possono quasi sempre essere confutate con esempi appositamente scelti. Ciò che sostengo, e sostengo fermamente,è che la conoscenza è molto più spesso utile che nociva e che il timore della conoscenza è molto più spesso nocivo che utile.”

 

                                                                                                                                                                                      (Donatella Manchisi)

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