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Olivetti l'evoluzione culturale

L’Elea 9300 primo elaboratore a transistor, costruito dalla Olivetti, ora presente solo come oggetto, nel Museo Storico della Comunicazione, ha rappresentato negli anni ‘50 non solo una rivoluzione tecnologica ma soprattutto una rivoluzione culturale. 
Basti pensare al design della console dell’Elea 9003 , vincitrice nel 1959 del premio Compasso d’Oro, elaborato dall’architetto Ettore Sottsass.
Oggi il concetto di design é imprescindibile nella vendita dei prodotti ed è divenuto uno degli elementi fondamentali, ad esempio, nella vendita dei prodotti  Apple.  
Così se la tecnologia Olivettiana è solo un ricordo del passato, la cultura nata nella diffusione del marchio Olivetti negli anni cinquanta dello scorso secolo, è un patrimonio importante che deve rimanere sempre vivo. 
Una testimonianza dell’influenza culturale che ebbe Olivetti è tutt’ora presente e viva nella città industriale di Ivrea. 
Per questo gli enti locali e il ministero dei Beni Culturali sono d'accordo a sostenere la candidatura di “Ivrea Città Industriale del XX Secolo” come patrimonio Unesco. L'obiettivo è valorizzare le strutture che rappresentano uno degli esempi migliori dell’architettura industriale del Novecento.

 

Il primo edificio delle fabbriche Olivetti, conosciuto dagli eporediesi come Fabbrica in Mattoni Rossi e così chiamato per il rivestimento in mattoni “faccia a vista”, è una delle più importanti fabbriche di produzione Olivetti. 

Questa opera architettonica, progettata nel 1895 da Camillo Olivetti, rappresenta l’inizio della storia di un marchio, che diverrà simbolo di tecnologia, progresso italiano all’estero e origine dello sviluppo del personal computer.

Affascinato dalla semplicità compositiva e dall’innovazione nelle componenti strutturali e architettoniche di questo edificio, Matteo, pronipote di Camillo Olivetti, lo scelse come argomento di discussione della tesi di Laurea in Architettura.

Di seguito si riportano alcuni paragrafi del discorso:

"La prima fabbrica Olivetti è un edificio di mattoni rossi, inizialmente più che una fabbrica doveva essere un laboratorio scientifico ma ben presto a seguito del successo ottenuto diventò un'industria.Il primo corpo della fabbrica venne progettato personalmente da Camillo Olivetti, con una forma semplice a pianta rettangolare, e disposto su due piani ... per la realizzazione della parte strutturale del progetto dei solai e il tetto piano, Camillo si fece consigliare dall'ing. Porcheddu amico e compagno di scuola di C. Olivetti, che gli aveva parlato delle ottime possibilità costruttive del sistema di cemento armato che egli stesso importava dalla Francia”.

 

La fabbrica di mattoni rossi, perciò rappresenta uno dei primissimi esempi di edificio industriale con struttura in cemento armato, ed uno dei più innovativi nell’edilizia Italiana nei primi del novecento, grazie all’integrazione della tipologia in muratura portante con il calcestruzzo.

L’impostazione planimetrica della fabbrica è rispondente alla concezione e agli standard degli edifici industriali dell’epoca. All’interno di tali costruzioni si svolgevano tutte le attività di produzione. 
Nacque così la prima fabbrica ICO (ing. Camillo Olivetti) che tra il 1896 e il 1958 si estese grazie al suo successo per tutta via Jervis, portando con i suoi ampliamenti alla saturazione dell’area disponibile.

 

Nel 1899 furono progettati e costruiti due edifici, caratterizzati dall’utilizzo del cemento armato Hennebique, come estensione del primo corpo, ancora una volta su disegno di Camillo.

L'aspetto interessante dell’edificio è lo schema compositivo, che mostra caratteristiche proto-industriali di fine Ottocento e un linguaggio neogotico scandito dalla disposizione della muratura nel paramento esterno.

La muratura esterna è caratterizzata, infatti da uno “schema gotico” nella posa dei mattoni.

“…quella realizzata a Ivrea è una struttura monolitica nella quale i solai sono formati da una soletta a nervatura disposta nei due sensi ortogonali, permettendo un'equa distribuzione dei carichi sulle strutture portanti verticali realizzate in muratura. Qui il solaio è ancorato alla struttura attraverso ganci affogati nel calcestruzzo.”

Tutto ciò rendeva possibile la costruzione di un edificio nel quale i carichi erano ripartiti in tutta la superficie dei solai e scaricati a terra dalle murature portanti.

Nel 1934 Adriano Olivetti subentrò al padre nella direzione delle Officine ICO e portò con sé una visione avanguardistica, richiedendo tre ampliamenti della fabbrica.

Non è un caso che Olivetti affidò i progetti a Luigi Figini e Gino Pollini (due famosi architetti Italiani del XX secolo) che parteciparono alla fondazione del Gruppo 7 MIAR  (Movimento Italiano per l'Architettura Razionale) che, dopo la prima guerra mondiale, avvertì l'esigenza di un ritorno alla ragione ed alla tradizione in seguito all'irrazionalità della guerra.

Il primo ampliamento fu realizzato tra il 1934-39 e consiste in un edificio caratterizzato da un'identità internazionale, che si esprime attraverso ampi spazi di lavoro. Questi spazi richiamano, architetture industriali già esistenti nel nord dell’Europa e in America.

Il collegamento del fronte continuo dell’edificio in mattoni rossi con il nuovo volume, avviene attraverso un arretramento, con un passaggio sospeso a formare idealmente un ponte che collega i due periodi della fabbrica.  La struttura di quest’edificio è interamente in calcestruzzo armato e la facciata presenta delle finestre a nastro, che hanno permesso agli architetti di creare spazi di lavoro confortevoli e ben illuminati (tra cui il salone dei 2000), e di prestare attenzione non solo alle esigenze degli spazi produttivi, ma anche alle esigenze psicologiche del lavoro.  

Questo risultato si ottenne grazie all’attenzione al dibattito internazionale sull’architettura industriale. Probabilmente Pollini e Figini, con l’approvazione di Adriano Olivetti, esaminarono le analisi condotte pochi anni prima negli Stati Uniti sulle specifiche di benessere sui luoghi di lavoro (che si riferivano alle caratteristiche illuminotecniche e psicotecniche degli ambienti) e decisero di utilizzarle per la progettazione di questo nuovo edificio.

Il secondo ampliamento, che avvenne tra il 1939-42, non prevedeva modifiche significative al progetto esistente, ma soltanto addizioni volumetriche nella parte retrostante e nell’alzato dei due edifici. Tali variazioni portarono, in seguito, all’ideazione e alla nuova progettazione della terza parte degli ampliamenti sotto la guida di Adriano Olivetti (che fu la più apprezzata nel dibattito architettonico europeo).

Nel 1949 fu realizzato il terzo ampliamento, che si differenzia rispetto agli altri due soprattutto nelle tecnologie. L'arretramento della struttura, ha permesso l’utilizzo di una facciata continua in vetro che copre l’intera lunghezza del fabbricato (130 metri).  Per la parete vetrata è stata utilizzata una tecnica applicata ancora oggi, il vetro-camera. Tale tecnica consiste in un doppio vetro con al suo interno un'intercapedine d’aria “ferma” che permette di isolare gli ambienti interni dall’esterno. La facciata sul fronte opposto della strada, che affaccia sul cortile esterno, si differenzia rispetto alla prima grazie all’aggiunta di pensiline frangisole, che scandiscono un ritmo regolare a rete. Nella parte sinistra i frangisole sono in cemento e sono fissi, nella parte destra i frangisole sono metallici e si possono inclinare in base all’irraggiamento solare. La soluzione della parte destra in realtà è dovuta a una recente ristrutturazione che ha sostituito la soluzione senza frangisole ideata dall’architetto Annibale Fiocchi. Questa soluzione, presupponeva la presenza di tende veneziane come sistema oscurante.

Il quarto ampliamento dell’industria di Ivrea riguardava la costruzione delle officine H. In questo caso, grazie alla grande risonanza internazionale del terzo ampliamento di Figini e Pollini, si optò per una continuità formale e compositiva attraverso l’utilizzo di una facciata continua in vetro, spezzata da “torri”, per il contenimento degli impianti, e da una serie di ricorsi orizzontali creati da fioriere. La copertura per il cortile interno delle officine H è stata progettata da Eduardo Vittoria che propose un’interpretazione delle coperture a cassettoni attraverso l’utilizzo di lucernari a pianta quadrangolare che creano effetti luminosi suggestivi. Dal punto di vista architettonico, l'uso della facciata vetrata per il quarto ampliamento, sembra sottolineare il passaggio dalla ricerca di nuove forme sperimentali alla conservazione dei principi formali e morali della fabbrica.

E' chiaro perciò che l’architettura nella storia degli Olivetti oltre ad essere testimonianza del successo è anche portatrice di avanguardia e di stimoli, che hanno influenzato il dibattito architettonico europeo, diventando di lì a poco un'emergenza culturale di Ivrea e museo di architettura a cielo aperto (MAAM).

Partendo dal Museo Storico della Comunicazione, ora è possibile capire come Olivetti, pur costruendo macchine da scrivere ed elaboratori elettronici, abbia espresso un denominatore comune culturale che ha saputo correlare e influenzare tra loro diversi campi, quali la tecnologia e l’architettura.

 

                                                                                                                                                                          (Davide Bugionovi)

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