fondazione proPosta
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Il lavoro delle donne nella amministrazione Postale

Il lavoro delle donne nelle amministrazioni pubbliche è stato spesso sottovalutato. Nonostante nell’immaginario collettivo degli italiani l’impiegata delle Poste occupi da sempre uno spazio tutt’altro che irrilevante, non si è riflettuto mai abbastanza sull’apporto che l’“altro sesso” ha saputo dare alla storia del Paese, contribuendo alla sua evoluzione e alla sua modernizzazione.

Il personale femminile comincia ad essere assunto nelle Poste e Telegrafi a ridosso dell’unità d’Italia.

Già nel 1863 il ministero dei Lavori pubblici aveva consentito a vedove, orfane e sorelle nubili di impiegati deceduti di assumere la gestione degli uffici telegrafici e telefonici di terza categoria. Inoltre, con largo ricorso al personale fuori ruolo, gli uffici di piccola entità furono affidati esclusivamente a personale femminile.

Capaci di fare quanto i colleghi dell’altro sesso, e forse anche meglio, le donne costavano meno e presentavano spesso lo stesso grado di scolarizzazione degli uomini; così, furono molte le signorine e le signore che accettarono quell’occupazione; una maniera più che onesta di guadagnarsi il pane e diventare indipendenti.

Con il Regolamento del 1865 anche il servizio postale consentì alle donne l’accesso ai propri uffici alle stesse condizioni previste per quelli telegrafici. Nel 1869 la forbice si allargò ancora di più: potevano accedere all’impiego come commesse postali negli uffici di seconda classe tutte le donne, con particolare preferenza per vedove, orfane e sorelle nubili di impiegati civili e militari, e non soltanto più, dunque, di personale appartenuto all’amministrazione delle Poste. 

L’impiego nel settore delle comunicazioni diventa appannaggio anche delle donne negli ultimi decenni dell’Ottocento, confermando la più generale “femminilizzazione” dei luoghi di lavoro nonostante si tratti della fasce più basse dei ruoli impiegatizi, nei quali peraltro le donne sarebbero rimaste confinate per molto tempo.

Nella cultura dell’epoca cambia completamente il concetto di occupazione femminile rispetto al passato; vengono individuate specifiche professioni per le quali le donne sono ritenute più adatte. Tra queste, per le particolari caratteristiche richieste - pazienza, operosità, garbo, meticolosità - vi furono certo quelle di telegrafista, telefonista, impiegata postale, commessa. Nella pubblica amministrazione, d’altra parte, com’era stato per altre figure appartenenti al mondo postale, le donne che ricoprivano determinati incarichi non fecero fatica a trovare una loro quasi “naturale” collocazione, spesso per le indubbie qualità che seppero esprimere quotidianamente nei posti di lavoro. Si trattava, a ben guardare, di impegni onerosi e sottopagati svolti dal personale maschile tra mille mugugni e con scarsa attenzione. Le donne, al contrario, fornirono un contributo silenzioso e costante che riqualificava gli stessi servizi postali e telegrafici, fossero o meno resi al pubblico.

Da poco più di 500 circa nel 1881, telefoniste e telegrafiste erano già diventate all’inizio del Novecento più di 3.200; nel 1911 il loro numero superava le 8.000 unità. A cavallo tra Ottocento e Novecento cominciarono anche le prime proteste sindacali per rivendicare un miglior trattamento stipendiale e d’orario.

All’aprirsi del Ventesimo secolo non sono poche le occasioni di lavoro per le donne in Poste e Telegrafi: distribuite tra uffici amministrativi principali e uffici postali, anche se nel ruolo di semplici supplenti, le donne reggono parte della robusta intelaiatura del lavoro postale ma solo a pochissime è offerta una reale possibilità di carriera come assistenti o vice-assistenti nelle sezioni telegrafiche femminili.

Giovani, di buona condotta, irreprensibili nei costumi: sono queste le doti richieste alle postali che si impongono quasi come modello culturale e sociale di riferimento in tutto il territorio del Regno. Quando scoppia la Prima guerra mondiale le donne hanno un’altra opportunità di farsi avanti, sostituendo impiegati e telegrafisti che partono per il fronte. Aumentano soprattutto i fuori ruolo, gli agenti subalterni, gli ausiliari telegrafici, i collettori, i supplenti, dei quali un buon numero è costituito da lavoratrici che vengono assunte per riempire i vuoti lasciati dagli uomini richiamati al servizio militare.

A fine conflitto si apre per le donne delle Poste una battaglia tutta interna all’amministrazione, quando si decide di allontanare il personale “precario” assunto durante il conflitto. Nel 1919 un regio decreto, procede tuttavia alla chiamata in organico di fuori ruolo e precari, tant’è che il censimento del 1921 indica, nonostante tutto, una crescita ragguardevole del personale femminile nei servizi postelegrafonici e telefonici: 16.336 addetti su 72.587. Il decreto del 1919 risistema l’intero comparto postale, con novità davvero rilevanti per le donne: inquadramento a pieno titolo nelle categorie cui dà diritto il servizio prestato, avanzamenti nella carriera, riconoscimento dell’anzianità maturata; infine, non va dimenticato l’ingresso tra gli impiegati di concetto. Col nuovo ordinamento entrano in organico 6.000 supplenti e 3.000 avventizie.

Con l’avvento del fascismo nel gennaio 1923 si decide una definitiva risistemazione del personale femminile nell’amministrazione postale e telegrafica autorizzando una revisione delle assunzioni e delle sistemazioni in ruolo. Con successivo decreto del dicembre dello stesso anno le impiegate di ruolo C vengono infine inserite nei servizi esecutivi, allontanandole da mansioni amministrative e contabili; di fatto esse vengono confinate ai livelli più bassi dell’impiego dove il lavoro era molto più pesante e peggio retribuito. Nonostante la politica decisamente vessatoria del regime, nel settore postelegrafonico l’occupazione femminile, specie per le fuori-ruolo come aveva previsto un decreto del 1924, continua a crescere negli anni tra le due guerre: nel 1931 ne contiamo più di 19.000 e nel 1936 il numero di presenze sale oltre le 23.500 unità.

Alla fine del secondo conflitto mondiale le condizioni di supplenti e portalettere in particolare erano davvero difficili con retribuzioni mensili molto basse. Tra il 1946 e il 1948 ottiene un parziale riconoscimento il personale allontanato sul principio degli anni Venti: in molte riescono a tornare al tanto agognato “impiego fisso” presso l’amministrazione delle Poste. Le donne al lavoro chiedono miglioramenti delle condizioni normative e di retribuzione, una presenza maggiore nelle organizzazioni di categoria, una diversa considerazione del loro doppio ruolo di donna-lavoratrice, in casa e in ufficio. Nell’agosto del 1950 una legge per la tutela delle madri che lavorano introduce l’obbligo di apertura delle sale di allattamento e dei nidi d’infanzia. Ormai la percentuale delle donne nelle Poste ha raggiunto il 40%.

Ci vorranno ancora parecchi anni prima che il personale femminile trovi il modo di affermarsi come categoria essenziale al buon andamento dell’amministrazione e le resistenze a lasciare spazio alle donne in ruoli direttivi, quando non addirittura dirigenziali, non mancheranno.

Nel 2007 il numero delle donne ha superato quello degli uomini, raggiungendo il 52% dei dipendenti, di cui il 26,4% nel ruolo dirigenziale.

In una moderna azienda come Poste Italiane le donne hanno ampiamente dimostrato, al pari delle colleghe del passato, che la loro presenza qualifica il settore e lo arricchisce; sono oggi molte le dirigenti che contribuiscono a fare dell’azienda uno dei fulcri della vita del Paese.

 

                                                                                                                                         (Mario Coglitore)

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