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La ricerca della bellezza

L’innovazione scaturisce dalla combinazione opportuna e spesso casuale di fattori esistenti, da intuizioni folgoranti, dalla relazione tra elementi che a volte sembrano un valore solo se presi a se stanti ma che poi invece danno luogo al nuovo e all’inaspettato, così come idrogeno e ossigeno nella loro apparente semplicità chimica, danno luogo ad un elemento straordinario come l’acqua, dalle complesse e ancora non del tutto conosciute proprietà. Così è stato per l’azienda Olivetti, dove Adriano Olivetti comprese che l’estetica, la ricerca della bellezza, attraverso lo studio della forma da associare ad un prodotto per esaltarne la qualità, fosse la ricetta vincente in un mercato dove il concetto di design non era ancora maturato. Questa ricerca della bellezza accompagna tutto il percorso di vita di Adriano Olivetti nella certezza che una fabbrica costruita con criteri che rispettino l’impatto ambientale, passa attraverso la ricerca dell’uomo giusto, dell’architetto che sappia sintetizzare l’appartenenza dell’azienda al luogo in cui viene costruita. 

Un tipico esempio è lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli, opera dell’architetto Luigi Cosenza che con l’aiuto dell’architetto Pietro Porcinai, maestro del giardino e del paesaggio, mise in campo un insieme architettonico perfettamente integrato nella natura della costa campana. Anche Paul Dirac, l’uomo che ha cambiato la fisica moderna contribuendo in modo determinante alla meccanica quantistica, era un cultore della bellezza che andava ricercata per lui nelle forme espressive della simbologia matematica:

C'è solo una roccia che può sopravvivere a ogni tempesta e alla quale ci possiamo aggrappare strettamente: l'idea che le leggi fondamentali della Natura siano espresse da una teoria matematicamente bella”;

sembra un tratto distintivo degli innovatori la ricerca continua di una estetica perfetta attraverso le scelte e gli strumenti inventati ed utilizzati nel loro lavoro. Adriano Olivetti considerava il tempo della vita come il luogo di una missione da compiere, un viaggio verso un mondo da costruire dove la ragione, lo spirito e l’umanesimo, al servizio dell’organizzazione aziendale, trovavano nell’estetica la loro naturale espressione. Il design come strumento per porgere un oggetto tecnologico al cliente, per avvolgere la tecnologia, a volte fredda e impersonale, con una forma che la rendesse oggetto di valore, di identificazione e di ammirazione.

Fu così per la “Programma 101” primo personal computer della storia, il cui design fu affidato all’inizio all’architetto Marco Zanuso che però non riuscì ad interpretare il desiderio olivettiano di bellezza, la sua proposta era eccessivamente squadrata, massiccia, amplificava invece di alleggerirli i trenta chili dell’elaboratore da tavolo. Il successivo affidamento del design all’architetto Mario Bellini, da parte dell'ing. Perotto, portò invece al prodotto finale dove le forme arrotondate della scocca in alluminio, opportunamente colorata,  addolcivano la solida consistenza dell'elettromeccanica. Il risultato atteso era quindi sostanza, efficienza, ricoperta di bellezza manifestata attraverso colori e forme che dovevano coinvolgere l’occhio, la mente e l’anima. Questo approccio alla creazione del nuovo e del valore è una lezione di vita anche per noi che viviamo in un mondo dove dietro una esplosiva esteriorità si nasconde spesso l’assenza di sostanza, un vuoto reso invisibile da inutile e spesso abbagliante inconsistenza. Adriano Olivetti ci ha lasciato un messaggio di creatività dove questa non è avulsa dall’esistenza, che lui considerava a tutto tondo anche in senso spirituale, ma al servizio del futuro e dell’innovazione, una sintesi delle sue idee la ritroviamo nel titolo di un recente film documentario a lui dedicato: “In me non c’è che futuro”.                                  

                                                                                                 (a cura di Alessandro Burgognoni)     

                              

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